Giuseppe Remuzzi "Medicina del trapianto: da dove siamo partiti e dove vorremmo (forse) arrivare" - 15 novembre 2018 ore 17.00

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Giuseppe RemuzziDirettore, Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS

Professore di Nefrologia, Università di Milano

"Medicina del trapianto: da dove siamo partiti e dove vorremmo (forse) arrivare"

 “Questo lavoro descrive il caso di un trapianto di rene fra due gemelli. L'intervento ha avuto successo. La funzione del rene trapiantato è buona".Sono le prime due righe di un vecchio articolo su “Surgical Forum”. L'intervento era stato fatto a Boston, da Joseph Murray, due giorni prima di Natale  del 1954. Da allora di trapianti ne sono stati fatti, al mondo, più di un milione, (più di 600.000 di rene).  I gemelli erano Richard e Ronald Herrick (che fossero identici è stato stabilito con le impronte digitali, chiedendo aiuto alla polizia).  Richard, che aveva una nefrite cronica e senza il rene di Ronald sarebbe morto, col trapianto ebbe una vita normale per venti anni. Ci fu una discussione pubblica, i più erano contrari - a Ronald l'intervento non avrebbe portato alcun vantaggio - così i dottori di Boston la decisione la presero da soli, con la famiglia Herrick. Da quel giorno ci provarono altri, a Parigi e a Londra. Ma i trapianti andavano male, per via del “rigetto”. Si provò a irradiare il midollo osseo del ricevente ma era un metodo troppo pericoloso. Il primo farmaco antirigetto - l'azatioprina - arrivò all'inizio degli anni '60, ci fu qualche buon risultato, ma la maggior parte degli ammalati perdeva il rene subito dopo l’intervento. Nel ’72 due farmacologi di Basilea estrassero da un fungo la ciclosporina: “potrebbe servire per il trapianto” pensarono, e il farmaco finì nelle mani di Roy Calne, un chirurgo inglese. Il dottor Calne per un po’ se ne dimenticò, finché  un giorno la diede da provare a un suo studente, Alkis Kostakis, che sulle prime non ebbe fortuna: la ciclosporina non si scioglieva. Una sera che aveva lì un po' di olio (glielo mandava la madre, dalla Grecia) provò con quello. Nell'olio la ciclosporina si scioglieva bene e prolungava la sopravvivenza del trapianto di cuore, nel ratto. Nel frattempo Chris Barnard fece il primo trapianto di cuore a Città del Capo (a dirla tutta, la tecnica l’aveva imparata negli Stati Uniti, arrivò primo perché in Sud Africa non c’era nessuna legge che lo impedisse). L’ammalato visse due settimane soltanto. Se ne fecero altri di trapianti di cuore, un po’ in Sud Africa e poi a Palo Alto e a Houston, ma i risultati non erano buoni. Oggi – per merito della ciclosporina - non c'è cardiochirurgo al mondo che non sia in grado di fare il trapianto di cuore con successo. Nel frattempo erano stati fatti anche i trapianti di fegato (a Denver) e poi si cominciarono a fare trapianti di polmone, di pancreas (per i diabetici), e di intestino. Ma c'era e c'è il problema del rigetto. E dei farmaci che, alla lunga, sono tossici. Ma quanto dura un trapianto? C'è chi ha vissuto più di 40 anni, ma il più delle volte non è così, in media un organo trapiantato dura 10-12 anni. La qualità di vita qualche volta è eccezionale (nel 2003 Kelly Perkins, 42 anni, che aveva avuto un trapianto di cuore sette anni prima, è arrivata in cima al Cervino). Ma certe volte no, anche perché chi ha fatto un trapianto è esposto a infezioni e al rischio di avere un tumore. L'ideale sarebbe insegnare all'organismo a riconoscere l'organo trapiantato come se fosse proprio. Negli animali ci si è già riusciti e fra un po’ si riuscirà anche nell'uomo: allora, per tante malattie sarà più semplice sostituire un organo che ripararlo. Ma c’è e ci sarà sempre di più negli anni a venire il problema della mancanza di organi. Si potrebbero usare gli organi degli animali, ma i problemi da superare sono ancora tanti. Forse gli animali più che come fonte di organi da trapiantare potrebbero servire per farci crescere organi (un fegato umano per esempio) partendo da cellule embrionali. E se si provasse a costruirli in laboratorio gli organi? Forse la strada giusta è proprio questa: già oggi si costruiscono arterie e vene e si sta provando con la vescica, ma per organi complessi come il rene o il fegato ci vorrà ancora molta, molta ricerca. Nel frattempo il dottor Murray,  morto nel 2012 all’età di  92 anni, ha avuto il Premio Nobel per essere stato il primo a far funzionare in un uomo il rene di un altro (Murray è uno dei pochissimi  chirurghi ad avere  avuto il Nobel, e l’unico che ha ricevuto questo riconoscimento per  avere inseguito un suo hobby, quello del trapianto, la sua vera passione fu sempre la chirurgia plastica).   Chissà se quando è iniziato l’intervento - alle otto precise della  mattina del  23 dicembre  1954  - avrà pensato, anche solo per un minuto, a tutto quello che sarebbe potuto succedere dopo.

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